Mafalda Codan

"Giorno del Ricordo"
"Giorno del Ricordo"
"Giorno del Ricordo"

In occasione del “Giorno del ricordo” 2011, riportiamo la storia di Mafalda Codan (Parenzo, 1926), figlia di una famiglia di commercianti e possidenti, che arrestata nel 1945, subì, oltre alla perdita di 7 parenti, insulti, torture e detenzione fino ad una condanna a morte mai eseguita e sopravvisse a quattro anni di deportazione in Jugoslavia. I suoi ricordi sono stati affidati ad un ormai famoso diario.

Il testo è tratto da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Dopo l’8 settembre 1943
Nei giorni successivi alla disfatta delle strutture dello Stato Italiano dell’8 settembre 1943, in Istria si scatenò tra la popolazione slava, in parte organizzata dai partigiani di Tito, “l’occasione per vendicare i torti subiti nel Ventennio e dare sfogo alle rabbie represse: distruggere le tracce del controllo fascista, bruciare gli archivi dei municipi…” “I connotati politici della rivolta si saldano a quelli sociali, e i possidenti italiani diventano vittime dell’antagonismo di classe che coloni e mezzadri croati avevano accumulato nei confronti dei proprietari italiani”.
Le motivazioni degli abusi slavi con le esecuzioni sommarie e gli infoibamenti, contro la minoranza italiana che abitava nei paesi e città della costa dell’Istria e della Dalmazia, avevano aspetti etnici, politici e di jacquerie sociale.
A Parenzo trucidarono nella foiba di Vines il padre di Mafalda, lo zio Michele Codan, i fratelli della madre Giorgio e Beniamino e un cugino della madre Antonio.
A seguito di questa tragedia, Mafalda, la madre e il fratello Arnaldo si rifugiarono a Trieste.

L’arresto
Dal 1 maggio al 12 giugno 1945 Trieste fu occupata dall’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia in attesa dell’accordo, firmato a Belgrado il 9 giugno da Tito e il generale inglese Harold Alexander, che smembrò la Venezia Giulia secondo la linea di demarcazione nota come “linea Morgan”.
In questo periodo non c’era solo la “passione nazionale e intolleranza politica (…) per cui si poteva scomparire talvolta per sempre.
In molti casi bastava poco per decidere la sorte di un individuo, come del resto avviene di frequente nel vivo di grandi tragedie collettive (…)”, come, nel caso di Mafalda Codan, bastava “la parentela con una delle vittime delle foibe istriane del l’autunno del 1943 (che suggeriva di far scomparire dalla circolazione testimoni scomodi)…”.
Così il 7 maggio 1945, Mafalda, 19 anni, fu arrestata con il fratello Armando, 17 anni, e portati prima a Buie poi a Visnada e Visignano.
“(…) Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina (…) Prima sosta, Visinada. (…) Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. Stoinich (Nino Stoinich di Valletta, partigiano, esecutore dell’arresto) mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano ad insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. (…)” (Diario – pag.18)
La torturano davanti alla abitazione di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, perché sua madre rivivesse il martirio della figlia.
Arrivata a Parenzo la Codan venne portata presso la sua abitazione dove venne istituito il 9 maggio 1945 un “tribunale del popolo”, costituito dagli ex coloni della famiglia, che decretò, davanti ad una sua zia e al nonno, la sua condanna a morte e la riportarono in prigione, dopo averla fatta girare per i paese perché tutti gli abitanti la potessero vedere, insultare, bastonare. Venne successivamente trasferita al carcere di Pola.

Il naufragio
Il 21 maggio 1945 venne imbarcata, con tanti altri prigionieri, tutti legati tra di loro con il fil di ferro, prima sul dragamine “Mont Blanc” e successivamente sulla nave cisterna “Lina Campanella”. Passato capo Promontore (promontorio a sud di Pola), nel comune di Medolino, la “Mont Blanc” (carica dei soli aguzzini) si fermò mentre la “Lina Campanella” (carica solo di prigionieri) venne fatta avanzare volutamente su una zona minata dove, alle ore 10.30 del 21 maggio, la nave urtò una mina e si inclinò su un fianco, rimanendo comunque a galla e nel mese di agosto sarà avvistata nel porto di Spalato, pur danneggiata a prora.
Nell’incidente molti sia tra i prigionieri che tra i loro aguzzini finirono in mare.
Mafalda Codan fu tra i fortunati prigionieri che riuscirono a liberarsi e a salvarsi a nuoto. Arrivata a terra con altri prigionieri, fu accolta dalla popolazione slava con “bastoni e grida ostili” e, a piedi, raggiunse Dignano dove venne rifatta prigioniera fino il 1 giugno 1945.

La foiba per il fratello
Successivamente venne trasferita nella prigione del Castello di Pisino, dove viene ucciso nella foiba il fratello Arnaldo.
“(…)Tutte le notti un partigiano dalla faccia cupa e torva entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. (…) Al mattino gli aguzzini ritornano felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova “residenza” e mi chiede: “Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare. (…)” (Diario – pag.32)
A Pisino lei rimase lì fino al 3 settembre 1945. In questo periodo visse anche un breve periodo di semilibertà. Dal testo si comprendono le motivazioni dell’arresto.

Le accuse
“(…)Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall’apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l’uniforme l’altro è in borghese. “Hai visite” mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. “Come? È ancora viva?” chiedono arrabbiate. “Perché non è “partita” con gli altri?” Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo impediscono. Mi accusano di cose inaudite ed allora urlo anch’io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l’occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole, dette, tutto (…) e completato di fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possano negare, che condannano, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora racconto tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. (…) Riesco a farle zittire e le quattro, scornate, lasciano l’ufficio con le pive nel sacco. Da quell’istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito, che sono indifesa in balia a dei pazzi esaltati dalla propaganda comunista e che, come diceva Honorè de Balzac, “Il sonno della ragione genera mostri” (…)” (Diario – pag.30)

La “rieducazione”
Dal settembre al 10 febbraio 1946 è in carcere a Fiume dove viene processata e, al di là della sua difesa, viene condannata ed inviata l’11 febbraio, con tanti altri prigionieri, al carcere di Maribor, dove rimarrà fino al 15 maggio 1946.
Dal 15 maggio 1946 al 29 giugno 1948 fu presso il “Poboljsevalni Zavod” (carcere di correzione politica) di Begunje, a circa 40 chilometri dal lago di Bled, in Slovenia. Tutto il personale del campo di correzione politica era composto solo da ex combattenti che si erano particolarmente distinti nella lotta partigiana comunista.

La liberazione
Nel 1949 i condannati italiani, assistiti dalla Croce Rossa Italiana, furono sollecitati a scegliere tra le due nazionalità.
Tutte le amiche di prigionia e Mafalda Codan scelsero l’Italia; così il 10 giugno 1949, dopo aver transitato più volte nelle carceri di Lubiana e Nova Gorica, venne liberata in cambio di prigionieri.
In Italia ha fatto l’insegnante elementare nella provincia di Venezia. Tra le scuole dove ha insegnato si ricorda, nel 1958, a Vetrego di Mirano e Bibione, dove attualmente vive con la famiglia.

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